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Piccole case, tetti lucenti di lamiera sparsi qua e là, radi nella foresta. Quando atterriamo, ci sembra così strano, non c'è nulla. La pista senza autobus che ti vengono a prendere, attraversiamo a piedi e ci guardiamo intorno. Lo sguardo vede l'orizzonte, da noi non si può, perché ci sono troppe cose in mezzo. Qui la vista si perde e si confonde tra il verde delle macchie lontane e il rosso della terra che si intravede intorno alla pista.
L'aeroporto di Bujumbura è piccolo, ci sono militari e subito ci fanno tante storie per prendere le valigie e controllare i passaporti. Siamo timorosi, un po' stanchi, il viaggio è durato 20 ore, ma finalmente incontriamo il nostro padrone di casa, Renato.
Renato ci accompagna a casa, a Murayi. La strada attraversa Bujumbura, che qui chiamano Buja, una città caotica, inquinata, le strade hanno le buche e l'asfalto è tutto dissestato.
Noi siamo 3, c'è Daniele Mautone, piacentino, studente della Laurea Specialistica in Qualità e Sicurezza Alimentare, Parfait Nitunga, burundese, allievo della Laurea Triennale in Scienze e Tecnologie Alimentari e io, Milena Lambri, piacentina, ricercatore presso l'Istituto di Enologia e Ingegneria Alimentare della Facoltà di Agraria dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.
Usciti da Buja, cominciamo a salire, piano piano sino ad inoltrarci tra le montagne. Che strano ! Foreste di conifere in Africa e, nonostante sia il 26 luglio, fa fresco. Ragazzini vendono la frutta e la verdura lungo la strada, Renato accosta e, in un attimo siamo circondati dalla gente che si infila in auto proponendoci ogni genere di ortaggio o frutto. Mi trovo in grembo un casco di banane, piccole e verdi. Che buone ! e dire, che non mi sono mai piaciute. Ci arrampichiamo ancora, con la nostra auto mono volume, ma siamo soli con un mezzo così. Qui sono tutti a piedi, qualcuno è in bici, altri si attaccano ai camion con le mani, prendendo un passaggio "un po'" rischioso. Le altre persone in viaggio sono stipate in taxi collettivi, pulmini o auto, che sfrecciano senza troppa attenzione per la gente che cammina sul ciglio della strada.
Dopo più di un'ora svoltiamo per Murayi. Lasciamo l'asfalto per la terra, tanto rossa da dare fastidio agli occhi. Ed entriamo nel bananeto, le foglie arrivano a coprire la strada e, in alcuni punti, sembra di viaggiare davvero nella foresta. Le case, o meglio le capanne dei contadini sono piccole, quasi tutte uguali, in mattoni rossi, fatti a mano, ma non rifiniti. Quelli rifiniti vengono venduti. Chi riconosce Renato lo saluta con affetto e, piano piano, cominciano a spuntare i bimbi. "Renato bon bon !" è il loro saluto a lui e, oggi, anche a noi. Cos'è il "bon bon" ? Sono le chips, patate dolci o normali, manioca, banana fritte in olio di avocado. Noi siamo qui proprio per l'olio, "olio per la vita" che possa integrare la magra dieta del popolo burundese, affetto, per il 30% circa della popolazione, da una forma di diabete mortale, il "quacss", provocato da carenza di acidi grassi nella dieta.
Il Progetto, che ha preso vita nel 2003, è nato dall'idea dell'Associazione Amici dell'Africa di Cardano al Campo (Va), nella persona del Sig. Renato Iametti, e vede la collaborazione dell'Istituto di Enologia e Ingegneria Agro-Alimentare diretto dal Prof. Marco De Faveri. Il sostegno di Regione Lombardia, del Magis e l'intervento dell'azienda Pieralisi di Jesi (An), hanno creato le opportunità, e le risorse, per la sua concretizzazione, giungendo alla realizzazione del processo e dell'impianto di estrazione dell'olio dai frutti.
Il progetto di lavoro per cui siamo venuti in Africa è stato finanziato dall'Ente per il Diritto allo Studio dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (EduCatt) e ci ha portato a Murayi, dal 16 luglio al 22 agosto 2009.
Durante il soggiorno in Terra d'Africa, noi, ragazzi del "Burundi Team", lavoriamo su diversi fronti. Ognuno si rende responsabile di un aspetto e ciascuna attività individuale contribuisce al raggiungimento degli obiettivi comuni. Milena e Daniele analizzano il processo di estrazione dell'olio dai frutti sia dal punto di vista tecnico, sia igienico.
Svolgiamo controlli e numerosi tests sperimentali per individuare e migliorare le fasi di lavorazione più critiche, al fine di aumentare la resa di estrazione dell'olio dai frutti preservandone la qualità. Gli addetti sono responsabilizzati nei confronti della gestione dell'impianto ed istruiti ad operazioni maggiormente standardizzate.
Parallelamente, mettiamo a punto una procedura di autocontrollo igienico, al pari di quella cogente per le nostre aziende alimentari, insegnando agli operatori la corretta prassi igienica per la manipolazione dei frutti e dell'olio e per la sanificazione di locali ed attrezzature.
Svolgiamo tre corsi di formazione del personale secondo un ordine progressivo di difficoltà per insegnare, in lingua locale, quanto prescritto dagli standards igienici internazionali. Al termine dei corsi, organizzati e tenuti da Daniele e Parfait, i 30 operatori della cooperativa sostengono un esame finale conseguendo un doppio attestato di partecipazione in Italiano e in Francese. Il miglioramento del processo produttivo permette all'oleificio di Murayi di ottenere un'attestazione di idoneità ai requisiti della norma internazionale del Codex Alimentarius in materia di igiene e produzione alimentare, attestazione rilasciata dall'ufficio competente della FAO di Bujumbura.
A metà soggiorno ci raggiunge Alice Luraschi Obonyo, anch'ella studentessa della Laurea Specialistica in Qualità e Sicurezza Alimentare, originaria dell'Uganda, ma piacentina d'adozione.
Alice svolge sia la caratterizzazione delle piantagioni e dei frutti, sia la messa in marcia di un laboratorio di analisi per il controllo delle produzioni olearie. Alice lavora al fianco di due ragazze facenti parte della Dutezanye e le istruisce sui metodi di analisi fondamentali per il monitoraggio della qualità del frutto e dell'olio di avocado.
Infine, l'ultimo aspetto che trattiamo riguarda il recupero nei numerosi e cospiqui scarti di lavorazione: frutti lesionati, ammaccati o ammuffiti, sansa esausta e solidi presenti nell'olio greggio, raccolti e separati a fine lavorazione per mezzo di un filtro. In Burundi manca il sapone per lavarsi, le creme per proteggere la pelle dall'esfoliazione. Noi del Burundi Team proviamo a realizzare, con i pochi mezzi locali, un sapone liquido, ricavato dai frutti di scarto e dalla sansa esausta ed una crema corpo ottenuta dai solidi separati dall'olio greggio. Diamo, così, avvio alla produzione di presidi per l'igiene della persona, estremamente importanti nella realtà locale e, contemporaneamente, poniamo le basi per la realizzazione di un sistema produttivo a basso impatto ambientale in cui scarti e sottoprodotti sono efficacemente recuperati.
Tante sono le difficoltà che abbiamo incontrato. Dovevamo capire come muoverci, capire la loro mentalità, coordinarci con Renato. Lui è stato un esemplare padrone di casa e il nostro Ospite più gentile, ci ha offerto un'accoglienza regale arruolando per noi la banda dei Tamburinos e ha fatto ogni sforzo per non farci mancare nulla.
Nella CO.PRO.TRA.CO. c'è ancora tanto da fare e manca lo spazio qui per descrivere tutto quello che abbiamo visto. I sorrisi e gli occhi dei bimbi e dei ragazzi della Dutezanye ci faranno tornare presto e dai laboratori dell'Università ci fanno proseguire, in questo frattempo, il lavoro cominciato quest'estate a Murayi.

Alice, Daniele, Milena, Parfait
(Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza)